Emergenza a Lampedusa, parla il direttore del Cie

Centocinquanta addetti per settemila migranti: “A Lampedusa non si tratta più di accoglienza ma di emergenza”. Lo dice il direttore del Centro di identificazione, Federico Miragliotta, in un momento di flusso inarrestabile di persone che dal Nord Africa raggiunge l’isola sui barconi. Servono più ponti aerei e trasferimenti navali o la situazione rischia di degenerare: è l’appello di Miragliotta alle istituzioni quando il numero di migranti supera quello dei residenti: settemila contro cinquemila. di Romina Rosolia
12 AGO 20
Immagine di Emergenza a Lampedusa, parla il direttore del Cie
Centocinquanta addetti per settemila migranti: “A Lampedusa non si tratta più di accoglienza ma di emergenza”. Lo dice il direttore del Centro di identificazione, Federico Miragliotta, in un momento di flusso inarrestabile di persone che dal Nord Africa raggiunge l’isola sui barconi. Servono più ponti aerei e trasferimenti navali o la situazione rischia di degenerare: è l’appello di Miragliotta alle istituzioni quando il numero di migranti supera quello dei residenti: settemila contro cinquemila. Miragliotta, 32 anni, palermitano e una laurea in giurisprudenza alle spalle, oltre al centro di Lampedusa gestisce un'altra residenza momentanea per migranti, il centro di Elmas, accanto all’aeroporto di Cagliari.
Qual è la situazione al momento? “Nelle ultime ventiquattr’ore sono sbarcati sulla banchina del porto di Lampedusa circa 2.000 migranti. Questi si aggiungono alle 3.500 persone che si trovano già sulla stazione marittima. Nel centro, in contrada Imbriacola, ne abbiamo circa 1.200. Sono, invece, 200 i ragazzi, la maggior parte minori, sistemati nell’ex base Loran a Ponente. Senza contare le 550 persone accolte in strutture messe a disposizione dalla Chiesa e i 250 stranieri bloccati a Linosa. La situazione dentro e fuori dal centro di accoglienza è difficilissima. C’è un numero spropositato di persone. La situazione non è buona. Finora, lavorando venti ore al giorno, siamo riusciti ad assicurare un pasto a tutti ma la situazione deve essere alleggerita altrimenti non riusciremo più a lavorare”.

In che modo affrontate, ogni giorno, questa situazione? “Per me e per chi come me lavora nel Cie le giornate non hanno né un inizio, né una fine. Siamo come in un vortice che non si ferma più. Lavoriamo quasi ventiquattr’ore al giorno. C’è bisogno di svolgere pulizie giornaliere non solo nel Centro ma anche in tutti i bagni disponibili sullo scalo commerciale. C’è chi si occupa di gestire l’ordine e lo scarico delle derrate alimentari dalle navi – abbiamo una riserva per almeno ventimila persone – ma non basta. Poi, c’è chi tiene in ordine l’ambulatorio e permette agli ospiti di essere visitati uno ad uno e c’è chi come me accoglie i migranti sul porto. C’è sempre tantissimo da fare perché tante sono le richieste che ci vengono rivolte. E preciso che il centro di Lampedusa è anche il posto, rispetto agli altri centri italiani, in cui i migranti costano meno allo stato, circa 33 euro più iva al giorno. In questa cifra riusciamo, nonostante tutto, a garantire a ognuno di loro schede telefoniche internazionali (almeno una volta al mese), abiti, cibo e sigarette”.

La vostra convenzione è in scadenza, ma per via dell'emergenza siete in proroga.
“Non potevamo e non volevamo lasciare la situazione di punto in bianco. Soprattutto nella prima fase dell’emergenza, a gennaio. Anche se, in realtà, la Prefettura di Agrigento, da cui dipende il Cie, non ci ha dato subito il permesso di aprire. La ‘Lampedusa Accoglienza’ aveva anche bisogno di rimettere in moto l’organizzazione. La nostra convenzione è in proroga e sarà così finché durerà questa situazione”.

Si possono cogliere aspetti positivi in tutta questa vicenda? “C’è un aspetto che vorrei fosse colto: la figura degli imam, punti di riferimento spirituali di ogni gruppo. Ci danno una grossa mano. Aiutano le persone ad autodisciplinarsi rispetto degli usi igienici e alla consegna dei pasti, per esempio. E poi c’è il bimbo nato al largo di Lampedusa. Perché il mare toglie e dà. Dopo la morte di tanti migranti e le difficoltà sulla terra ferma (più di diciottomila i migranti accolti dall’inizio del 2011), è nato ‘Dono di Dio’, così sua madre, una ragazza etiope di 26 anni, ha deciso di chiamarlo”.
di Romina Rosolia